MASCHERE E GIRASOLI

"Maschere e Girasoli" è la schizofrenica condizione esistenziale; il più primordiale rifugio dell’uomo moderno, forse: tra le gabbie dei ruoli sociali e la necessità interiore di seguire la luce vitale del proprio cammino.

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Blogger: luiginico1
Nome: Luigi Nico
Per farmi conoscere dovrei descrivere come e chi vorrei essere; chi siamo lo dobbiamo alla vita e non sempre corrisponde a ciò che abbiamo dentro.

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mercoledì, 25 giugno 2008


Vi è mai capitato di guardare una stella, di notte, nell’unico pezzo di cielo che lo sguardo del caso  vi ha regalato, e di non riuscire a togliergli gli occhi di dosso, neppure per una fisiologica distrazione d’istinto? Rimanere immobile, come una recluta alla sua prima adunata, inchiodato al pavimento da quel cristallo celeste che sembra farvi l’occhiolino, in quell’incantevole mistero che è l’infinito notturno? Non c’era  luccichio del mare,  giovane sirena, instancabile alfiere, ieri sera a distrarmi dalla meraviglia incontrastata della natura circostante. I minuti si rincorrevano irrequieti mentre la luna, infuocata, emergeva dall’orizzonte estivo di quella baia isolata per seminare rubini di seta su una lastra marina incolore fino a farla brillare di rosso cremisi. Se non ci fosse stato il battito sorpreso del cuore ieri sera a riportarmi tra gli umani, sarei rimasto immobile per ore a fissare quella stella. Ieri sera non sono uscito; tutto il resto l’ho visto negli occhi di M.!

postato da: luiginico1 alle ore 12:37 | link | commenti (5)
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martedì, 06 maggio 2008

Tra le persiane e il cielo

E’ domenica mattina, le sette in punto. La sveglia del telefonino, sepolto tra le sapienti e generose pagine de “Il Dante di Montefiore Conca”, accenna un debole richiamo. Lo fa sottovoce, con discrezione. Mi piace pensare che anche l’elettronica ha un anima, asseconda il mio bisogno di riposo, pare coglierne l’esigenza stamattina.  L’ascolto immobile con lo sguardo dritto al soffitto, come per fermare il tempo, mentre marciano composti e irrequieti i secondi, sul quadrante in rilievo a chiocciola, dell’orologio da cucina. Il telefonino persevera nella sua lenta cantilena, rilassante, quasi un coro di voci sordo, ipnotico. Si anima con questi suoni la giornata, ogni mattina, anche quando non ho impegni lavorativi. Ad un tratto, alle mie spalle,  un mugugnìo mielato mi distrae, lasciando trapelare un certo grado di disappunto. Lo ascolto, nel buio generale della stanza, senza sorprendermi e dopo qualche inutile tentativo di avversarla, mi arrendo alla gentilezza ostinata della giovane e calda mano che mi cerca tra le lenzuola. Chiudo gli occhi e la lascio farsi spazio tra le ossa stanche e i muscoli tesi della mia schiena avida di attenzioni. Sento un’attrazione forte - come quella di un giovane per il pericolo - verso questa donna che presta una così singolare attenzione ai grovigli ansiogeni dei miei muscoli lombali; pian piano quelle cure riescono a rimettere ordine nella totale disarmonia sensoriale del mio corpo; Swinburne Algernon Charles avrà conosciuto una donna simile a F. quando ha scritto: “non esiste salvaguardia contro il senso naturale dell'attrazione”. Passa qualche altro secondo e lascio andare un sospiro altero, privo di sentimento, cedendo sempre più a quel corpo irrequieto che cerca di domarmi. In quei sublimi attimi di pace celeste, ho fatto ciò che potevo per non rimanere folgorato dallo splendore armonico dei sussurri unisoni, dei lamenti scomposti; del rossore che monta in viso come fa la febbre nei malati; del tremore sulla sua pelle ruvida al contatto con le mie mani; al sapore dei suoi seni turgidi. Mi accascio esausto col viso sul cuscino, mentre le accarezzo la guancia col pollice sinistro. Mi volto a guardarla; è splendida. Sul viso ancora contratto per quel piacere che mi inorgoglisce, germoglia un sensuale sorriso di compiacenza; le si forma una lieve fossetta sulla guancia sinistra all’altezza del labbro. La guarderei per ore, immobile ad un palmo dal suo naso.

-  “Aspetta, fatti guardare”, accentuo un tono terrorizzato per cercare di trattenerla a letto, e le sussurro la prima frase idiota che mi passa per la testa:“hai mai fatto l’amore in spiaggia? è romanticissimo!”

-  “La sabbia sarà anche molto romantica, ma non regge il confronto con le lenzuola, non credi?”

- “Come sei grunge stamattina”. Adoro le donne che ti sfidano sul tuo terreno; quelle che guardandoti negli occhi ti chiedono ciò che vogliono, quasi per sfida; quelle a cui piace stuzzicarti. 

Dopo qualche altro breve sussulto sensuale si è alzata, portandosi dietro, in bagno, il mio sguardo estasiato; era tutt’altro che inconsapevole del fatto che non le staccavo gli occhi di dosso. Sento che qualcosa mi infastidisce, però, mentre la vedo scomparire tra la porta della camera e il corridoio, trascinandosi dietro quel lenzuolo senape sul pavimento, fin dentro il bagno.

“E’ solo un pezzo di stoffa” penso con tono autocritico.

-“Quel lenzuolo non è mai entrato nel mio bagno, peraltro trascinato sul pavimento di casa; diamine, è sempre il pavimento della casa di un single” le urlo dalla camera.

Inizia a montare quel viscido, imponente, senso di prigionia che mi arrugginisce l’anima da qualche mese. Quel sapore salmastro che si sente fin sotto la lingua prima di compiere una cazzata della quale ci si pentirà a vita. Accade sempre così quando inizio a non sopportare nulla. Quando l’ordine e la perfezione che cerco fuori, negli altri, vorrei scovarmela dentro.“Come può essere lei a provocarmi tale insofferenza?” mi domando inorridito per quella reazione; “è così dolce”.

Da qualche mese mi addormento con la persiana della stanza aperta, perché dopo aver spento l'illuminazione del comodino, indispensabile per la lettura, ho voglia di guardar luccicare le stelle, in alto oltre la finestra, nel tentativo estremo di sconfiggere quel nero che le avvolge; ho bisogno di sapere che ci sono, mi dà speranza; mi piace osservare l’ordine eterno dell’universo nella pace estrema della notte.

Quando mi accorgo che il buio forzato della stanza cinge quelle persiane chiuse sulla mia esistenza, mi sento soffocare. Questa giovane abitudine di salutare le stelle in solitudine, la notte, mi concede un debole accenno d’amor proprio, come l’orgoglio di un ergastolano stimolato dal trasferimento in una nuova cella, dopo mesi di sepoltura nelle stesse mura. Qualcuno chiudendo la persiana della camera, stamattina, ha turbato la rigida organizzazione della mia vita; qualcuno, dopo mesi, ha deciso di spostarmi di cella, ed io idiota come sempre ho perso l’ennesima occasione di cogliere il piacere sussurratomi dalla vita. Mi sento attraversare da un senso disgustoso di arroganza, vergognandomi al solo pensiero di quanto forte poteva risultare agli occhi di F. l’invito a fare più attenzione alle mie cose.

-“Ma di cosa parli?” risponde lei dal bagno, spinta da un moto umano di incredulità, “che ti è preso, ora?”

-“Non mi sembra normale trascinare il lenzuolo in bagno; dove credi di essere, in una caverna?”

-“Certo che sei proprio stronzo. Ecco il tuo lenzuolo!” Il tono sprezzante, mentre mi gettava sul viso quel sudario pagano intonso dei nostri piaceri, non lo dimenticherò più, ne sono certo.

Durante il tempo in cui mi voltava le spalle, sempre più inspiegabilmente teso:“e tu un’incapace! Cerca di non rompere, almeno oggi!”

-“Il tuo problema è la totale incapacità di vivere momenti di felicità, senza rovinare tutto; senza scavarti attorno questa trincea di dolore, che ti rassicura ma non ti serve, lo capisci? Non ti serve!!!”

L’ho vista rivestirsi, scocciata, mentre le dicevo che poteva anche andarsene. Ho visto nei suoi occhi, per un attimo, lo sconforto misto a rabbia che hanno solo le donne tradite; quelle che non hanno paura del dare, senza avere l’assillo del chiedere. Ha alzato lo sguardo al cielo liberando la commozione che tradiva, comunque, il fiero candore del suo volto. Non se l’aspettava. Neanche io avrei mai pensato di urlare ad una donna: vattene! Senza degnarla di uno sguardo. Senza concederle il piacere effimero di guardare negli occhi un coglione, prima di sbattergli la porta in faccia. Ha raccolto le sue cose ed è uscita di casa senza neppure guardarmi. L’ennesima lezione di dignità. Ho trascorso tutto il giorno in quello stato d’animo privo di vigore a percorrere il perimetro angusto della mia dimora. Ho rimesso nel meticoloso ordine alfabetico della mia libreria gli unici tre volumetti rimasti ancora sul comodino. Ho aperto pagine di libri dimenticati alla ricerca di qualcosa che mi riconducesse alla luce della mia esistenza; qualcosa che mi concedesse l’illusione di emergere dal fango nel quale mi sentivo immerso. Tutto inutile, perfettamente inutile. Solo le pagine consolatorie di un Giovenale straordinariamente serio mi ha concesso sollievo; poco. Giù per il foglio di quel libro dimenticato si poteva leggere che “…molti individui, come i diamanti grezzi, nascondono splendide qualità dietro una ruvida apparenza”. Odio la mia ruvida apparenza, quella che ha fatto scappare oltre a Federica, anche la mia autostima; disciplina austera di un equilibrio inesistente. Per fortuna, sera; esausto vado a letto e prima di addormentarmi spengo la luce del comodino, come ogni sera, e come ogni sera guardo in alto su per la finestra, ignaro del fatto inequivocabile che quella persiana è di nuovo aperta su un mondo stellato che ho deciso solo di ammirare. Continuo a guardarle immobile nel mio letto le stelle,  prima di chiudere gli occhi, trascurando la possibilità concreta che a furia di guardarle da lontano, forse, ci si abitua all’impossibilità di toccarle e spesso ci si abitua anche alla loro presenza. Le saluto velocemente, la sera, prima di andare a letto, perché tanto lo sò che son sempre lì, nel loro ordine infinito; son sempre lì,  in alto, dietro l’angolo del soffitto, tra la persiana e il cielo.

postato da: luiginico1 alle ore 14:02 | link | commenti (10)
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giovedì, 24 aprile 2008

La perdita della nostra cara sinistra radicale

Ho visto Porta a Porta ieri sera. Si cercava di dibattere sulle ragioni che hanno sostanzialmente affossato alcuni importanti – non solo in termini di consenso elettorale, ma anche dal punto di vista storico – partiti dalla rappresentanza politico-parlamentare italiana. Mi sono ripreso da poco. Due, tre ore di conversazione sterile sulle ragioni che hanno portato all’estinzione – diciamo così – dell’estrema sinistra italiana. Tre ore di rincoglionimento generale. Ora capisco quali ragioni sottendono la mia incapacità di riposare tranquillamente la notte. Possibile che si perda tanto tempo ad argomentare su evidenze talmente lapalissiane? Trauma cumulativo dinamico. Ecco la ragione del fallimento della sinistra italiana: trauma cumulativo dinamico, sì, proprio così. Per spiegarlo dovrei attingere dalla psicologia sociale. Il concetto di trauma cumulativo è stato introdotto da Khan che lo definiva come la conseguenza della somma di piccoli eventi, anche banali, che presi singolarmente non avrebbero prodotto un trauma attuale. In psicologia non esiste un semplice accumularsi di eventi potenzialmente traumatici, ma un complesso processo di organizzazione  di situazioni o pattern psico-sociali che, per mezzo del processo delle mappe traumatiche, possono realizzarsi in un trauma, cioè portare delle conseguenze significative in tema di salute nel qui-e-ora.  Sono stato esaustivo? La sinistra è stata diretta da incompetenti! A lungo andare questa incompetenza ha generato piccoli insignificanti traumi che l’hanno polverizzata. In due parole: sono stati dei gran c…..ni!!


postato da: luiginico1 alle ore 19:15 | link | commenti (4)
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domenica, 10 febbraio 2008

La mia musica…..

Amo l’arte, la musica in primis. Ho un trascorso da musicista fallito; c’è un momento nella vita di ognuno nel quale ci si trova a dover scegliere tra le sirene del piacere e gli onori del silenzio.

Ho scelto di non rischiare; ho appeso al muro lo strumento che mi faceva sognare e con lui quel sogno. Ora mi occupo di consulenza fiscale, societaria, aziendale, ed ho imparato a cogliere anche le soddisfazioni che mi dà fare questo lavoro. La musica però mi scatena qualcosa di straordinario!

L’ascolto quasi sempre, a lavoro, in casa, mentre percorro in macchina le austere strade provinciali salentine scortato dalle ambrosie che mi salutano al passaggio.

Quando da ragazzo ho preso lezioni di pianoforte e confesso di non essere mai stato un eccellente allievo, oltre all’effetto soporifero del solfeggio, mi sentivo un altro. In effetti col mio occhio trentaseienne riconosco a tratti ciò che mi riflette lo specchio del tempo; guardando indietro, spesso, ci si rende conto di come si è cambiati, ma anche e non di rado di come - per certi versi – non si cambia mai; una cosa, constato giornalmente, mi è rimasta dal punto di vista caratteriale inconfondibile: sono compulsivamente discontinuo; mi capita spesso di iniziare mille cose e di portarne a termine poco più di mezza. In quel periodo di passione incendiaria per il pianoforte, ad esempio, contemporaneamente suonavo anche la batteria, sulla quale sfogavo - totalmente ignaro di quello che avrebbe riservato il mio divenire - l’istinto omicida per le immancabili delusioni adolescenziali,

ma il pianoforte….. il pianoforte.

Sono stato fortunato ad avere un maestro straordinario, Antonio; amava Bach e tutto ciò che lo riguardava.

Ricordo ancora lo sgomento nel mio sguardo quando, in preda alle sue elucubrazioni didattiche sulle fughe di Bach, mi urlava: “devi volare, dai….dai….., devi riuscire ad esserci e non esserci”.

A vent’anni potevo solo guardarlo e ripetere tra me e me:“..ma cosa cazzo vuoi dire?!?!!” Non riuscivo a capire, non ce la facevo a vedere nella profondità abissale della sua sensibilità. Quella frase: devi esserci e non esserci, mi è rimasta scolpita dentro per tutti questi anni, come la Fontana dei Fiumi del Bernini di Piazza Navona, a sovrastare la mia esistenza. Ieri, come mi capita spesso nei momenti di relax, ho ascoltato Bach, le fughe, e mentre correvano nella stanza quelle note magiche ho finalmente colto l’invito di Antonio quando mi urlava devi esserci e non esserci. In quella mia giovane riproposizione mancava la matura consapevolezza di ciò che spinse Bach a scrivere quelle fughe. Quell’esserci e non esserci era ed è la condizione esistenziale di un uomo in cerca di se stesso; di un uomo che rifugge il “Se” uomo. Riascoltando Bach in quelle opere ho finalmente assaporato quel tema musicale, quella melodia che si confonde, che scompare e ricompare in un delizioso dinamismo, e quelle note, frenetiche, quel volteggiare isterico del suono, dal soffitto al pavimento, dalla cucina al bagno, da un muro all’altro in un tam tam infinito alla ricerca di una via di fuga, appunto, quante emozioni...

Questo circo musicale roboante che si consumava sabato scorso, nella mia stanza al quinto piano di via Papadia, mi ha un po’ ricordato la condizione interiore che vivevo tra i quindici e i vent’anni. Quel continuo sentirsi sballottolati dalle note emotive interiori di una personalità che vuol venir fuori, che cerca disperatamente di liberarsi. Chi non si è mai sentito incapace di trovare la collocazione giusta nello spartito della sua esistenza, a cavallo della sua adolescenza?

Ieri ho alzato a manetta l’impianto stereo fino a stordirmi e ho aperto la finestra che dà sul cortile di casa, temerario, liberando quelle note magiche giù per il mondo.

La vita è una sinfonia meravigliosa!

postato da: luiginico1 alle ore 20:21 | link | commenti (18)
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lunedì, 04 febbraio 2008

Omicidi sui ghiacci
Anche quest’anno il governo Candese ha riaperto la caccia ai cuccioli di foca. Una mattanza, ignobile, che da anni tinge di rosso crèmisi il candore incontaminato dei ghiacciai artici. Si consuma sotto gli occhi del mondo quello che gli antichi chiamavano “olocausto” per indicare il sacrificio religioso di vittime innocenti; nel caso dei cuccioli di foca la religione di riferimento è quella del mercato, dove in quell’equilibrio perverso tra domanda e offerta, sull’altare improbabile dei ghiacciai artici vengono sacrificati a bastonate e poi scuoiati - spesso ancora vivi - a centinaia di migliaia di cuccioli di foca. r_Foca
Nel 2007 la quota autorizzata di omicidi sul ghiaccio, dal governo Canadese, è stata di 270.000; anche se il numero di uccisioni è di gran lunga superiore e nel 2008 se ne prevedono di pari numero. Negli ultimi quattro anni ne sono state uccise più di un milione. Nel mondo si susseguono gli appelli per sensibilizzare i cittadini al boicottaggio di tutti i prodotti commerciali derivanti da animali.
Nelle ultime settimane, pare che anche Paul McCartney abbia condannato la caccia praticata ogni anno in Canada e abbia invitato gli animalisti di tutto il mondo ad esercitare pressioni contro l'Unione europea affinchè vieti il commercio dei prodotti a base di foca.
E’ ovvio che non solo le foche purtroppo sono vittime di tali oscene realtà; in Cina il mercato globalizzato fa strage di cani e gatti per alimentare il pellicciame made in china.
Sarebbe più che interessante, e non solo dal punto di vista sociologico, riuscire a comprendere le ragioni interiori di tanta demente opulenza che spinge uomini e donne a ricoprirsi di pelli o pellicce altrui. Le ho osservate, le coriacee e spesso ancora aspiranti matrone volteggiare sui loro trampoli animali da dive, somiglianti sempre meno al genere che offendono: quello femminile. Le ho osservate, nascoste sotto i loro occhiali-maschera, a soffiare, ammiccanti, con labbra troppo spesso costose, sulle pellicce multicolore che le avvolgono. Le ho osservate, sì, e non ho più interrogativi…
postato da: luiginico1 alle ore 16:53 | link | commenti (6)
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giovedì, 17 gennaio 2008

Dopo più di un mese ritorno in questo mondo virtuale dove le assenze ti soffocano e si fanno sentire più di certe presenze; con qualcuno ho modo di comunicare purtroppo solo in questo modo; attraverso la rete. Un mese, dicevo, in cui ho staccato completamente la spina, non solo del PC. Ho anche avuto il tempo di gettarmi nell’abbraccio materno che ti regala in genere la vacanza; qualche giorno lontano da tutti: lavoro, parenti, amici, trascorso in un luogo sperduto, immerso nelle campagne toscane: San Gimignano, poi anche Firenze. La Toscana e l’Umbria sono le regioni italiane del nord che preferisco; le adoro.
Quando l’esaurimento che ti appiccica addosso la vita oltrepassa i limiti del sopportabile mi rifugio per un pò tra i caldi colori che si stagliano all’orizzonte sinuoso di queste antiche terre. Mi ci aggrappo esausto, un po’ come fanno i bambini quando li vedi tra le gambe materne dopo un estenuante passeggiata dal ritmo adulto.
Sono tornato lo scorso venerdì e già sono in crisi d’astinenza.
Devo essere sincero però in questo periodo non mi andava proprio di scrivere o commentare sui blog; in questo periodo, piuttosto che descrivere la vita sul blog, l’ho vissuta e basta. Anche se mi piace pensare che, come diceva Cesare Pavese: “chi scrive, racconta quello che non ha; quello che ha non lo racconta, se lo tiene”.
* * *
Il 2008 è iniziato con favorevoli eventi che fanno ben sperare. E’ stata inaugurata il 3 gennaio l’Associazione “A levante” della quale sono onorato d’esser socio fondatore; dopo qualche difficoltà iniziale, più organizzativa che di contenuto, siamo riusciti a mettere in piedi una serata straordinaria, per qualità e risultati, in termini di consensi e partecipazione. La sala del refettorio del Convento “Madonna delle Grazie” di Galatone, che ci ha ospitato, sembrava enorme in un primo momento; si è rivelata piuttosto incapiente. Era stracolma! Spero di essere sufficientemente all’altezza da poter contribuire alla missione per cui questo progetto culturale è nato. Sono sicuro che avrà un seguito straordinario; ne sono certo perché le persone che le hanno dato vita – escluso me, forse - sono davvero di alto spessore umano.
I progetti culturali che invece sono destinati a fallire sono quelli realizzati dai professionisti dell’associazionismo interessato, dell’opportunismo tornacontista. Non è il caso di “A levante”.
“A levante” è un'altra storia. Non lo dico per vana gloria stronza, come direbbe qualcuno, ma con cognizione di causa. Chi ha dato vita ad “A levante” lo ha fatto cercando di guardare al levante che ha dentro; ognuno con le proprie nuvole da liberare; col proprio viaggio da raccontare in totale libertà, senza opportunismi.
"A levante" mi ricorda la poesia “Il Viaggio” di Baudelaire.
 
"Noi partiamo un mattino con il cervello in fiamme,
 con il cuore gonfio di rancori e di desideri amari,
 e andiamo, cullando al ritmo delle onde il nostro infinito sul finito dei mari.
 Alcuni sono lieti di fuggire una patria infame,
 altri l'orrore della loro nascita, altri ancora
 -astrologhi sperduti negli occhi di una donna-
 la tirannica Circe dai pericolosi profumi...
Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli che partono per partire;
 cuori leggeri, simili agli aerostati, essi non si separano mai dalla loro fatalità,
 e senza sapere perché, dicono sempre "Andiamo"!
 I loro desideri hanno le forme delle nuvole."
 
“A levante” è il nostro viaggio!
* * *
 
Qualche giorno fa ho fatto visita ad una vecchia e cara amica, in ospedale. L’ho rivista dopo un anno forse. La vita e le circostanze, spesso, ti allontanano dalle persone a cui vuoi bene. Ho conosciuto Giulia, sua figlia; che splendida bambina…tutti i bambini appena nati sono splendidi, ma vi giuro, non ho mai visto una bambina così bella; con la sua pelle rilassata, senza l’ombra di una ruga, beatamente assopita tra le maestose e coraggiose braccia di sua madre. R. poi…bellissima. Ero senza parole al cospetto di quell’opera d’arte, inchiodato alla mia “Stendal”; le guardavo con le lacrime agli occhi in quella camera d’ospedale, come la prima volta che vidi “Le tre età della donna” di Gustav Klimt. Vederle in quel letto cisì perfette, mi ha schiuso il mistero della vita: l’amore; e ho anche pensato al giorno in cui, a regalarmi quella vertigine sarà mia figlia; chissà se il mio povero cuore reggerà l’emozione….
postato da: luiginico1 alle ore 13:02 | link | commenti (7)
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giovedì, 27 dicembre 2007

Ricevo e pubblico condividendo totalmente le ragioni del comitato per il "No alla Discarica"
"NO ALLA DISCARICA MORRONE !

Dopo le ultime vicende è opportuno far conoscere ai cittadini gli eventi che si sono succeduti in merito al progetto ddell’ impianto di stoccaggio di rifiuti speciali in agro di Galatone alla contrada Morrone.

26 NOVEMBRE ASSEMBLEA GENERALE DEL COMITATO
Il Comitato “No alla discarica” tiene la prima assemblea il 26 novembre scorso ed evidenzia, con ampia partecipazione di pubblico, come la decisione assunta dalla maggioranza al governo del paese sia stata affrettata ed affatto partecipata alla cittadinanza. Si ribadiscono motivi di contrarietà al progetto derivanti dalla inutilità dello stesso: l’impianto infatti non risolve il problema dello smaltimento dei rifiuti che dovrebbe necessariamente passare attraverso una capillare raccolta differenziata “porta a porta”, sul modello che la stessa ditta proponente ha già realizzato nel Comune di Carpignano Salentino. Si osserva come la localizzazione in c.da Morrone – sulla via per Galatina – contrasti con la tutela ambientale di un territorio caratterizzato da un vincolo idrogeologico, dalla tipizzazione di valore ambientale contenuta nel piano territoriale tematico e dalla presenza di beni storici, quali le torri rinascimentali dei dintorni. Al contempo si registra il grave danno che tale impianto crea a tutto il territorio – ed in particolare – ai terreni limitrofi sul piano del deprezzamento del relativo valore e si attivano le opportune iniziative presso la Presidenza della Regione Puglia e presso la Provincia, nonché una azione di controllo sulla zona tramite l’interessamento degli organi preposti alla tutela e vigilanza sul territorio.

29 NOVEMBRE: LA RISPOSTA DEL SINDACO
Agli interrogativi posti dal Comitato il Sindaco risponde con una riunione in cui ribadisce in modo arrogante la chiusura al confronto ed annuncia che non farà passi indietro: “Vi piaccia o non vi piaccia”.

30 NOVEMBRE: IL SEQUESTRO DELLA GUARDIA DI FINANZA
Interviene – nel frattempo - la magistratura e la Guardia di Finanza sottopone a sequestro, come riporta la stampa, un area di 18.000 metri quadrati adibita a “discarica abusiva di rifiuti speciali”.

8 DICEMBRE : IL SINDACO INVITA LA CITTADINANZA A VISITARE IL LUOGO DEL SEQUESTRO
Il Sindaco minimizza e dichiara alla stampa “si tratta di dieci cartoni, dieci copertoni ed alcuni computer che il Comune stesso ha ritirato dalla scuola media ed ha inviato”ammettendo di aver inviato rifiuti speciali ad una ditta che non ha alcuna autorizzazione al deposito degli stessi. Invita poi i cittadini per il 16 dicembre ad una visita guidata sul posto.

15 DICEMBRE : IL MANIFESTO E I VOLANTINI DI INVITO ALLA PASSEGGIATA ECOLOGICA
Il paese viene invaso da manifesti e volantini in cui l’Amministrazione Comunale e la Ditta interessata invitano la popolazione a verificare personalmente i fatti. Si ridicolizza l’operato della magistratura e della guardia di finanza senza attendere l’esito delle indagini in corso. Nel manifesto viene accomunata l’Amministrazione Comunale e una ditta commerciale nella difesa ad oltranza di una iniziativa economica privata (peraltro sotto il logo della ditta stessa!) e si abbandona ogni concetto di imparzialità dell’Amministrazione. Lo stesso giorno la Guardia di Finanza appone definitivamente i sigilli al sito.

16 DICEMBRE: LA PASSEGGIATA ECOLOGICA E’ ANNULLATA
Solo il giorno deputato il nostro Sindaco si accorge finalmente che non si può organizzare una passeggiata su un luogo sottoposto a sequestro. Come da volantino si “constata” a chi appartengono le “grandi bugie” e si ha un sostanzioso “contributo alla verità”, però a disdoro della “Amministrazione Comunale”.

Il Comitato informa e INVITA A NON ABBASSARE LA guardia!"
 
postato da: luiginico1 alle ore 10:35 | link | commenti (4)
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lunedì, 03 dicembre 2007

IL RE DI PIAZZA DEL CALVARIO
A diciassette anni avevo le idee più chiare di oggi. Un’età difficile quella! Cerchi disperatamente di somigliare a qualcuno e dopo esserti inondato l’anima nei tuoi primi whisky, annegando il modello paterno per manifesto conflitto d’interessi, ti affacci sul futuro con quelle poche convinzioni che ti accompagnano.
Avevo una sola certezza, a diciassette anni: quella della fine che non volevo fare; il mio no-model era Peppino, il figlio di una zia di mia madre. Pigro all’inverosimile, passava le giornate all’angolo della sua abitazione seduto su una poltroncina in legno, grezza come la sua vita.
Era il più conosciuto del paese Peppino; tutti lo cercavano per avere informazioni sugli altri e compiacendosi coinvolgeva i passanti per ore con racconti e aneddoti nella sua inconfondibile, stantia, lena dialettica.
Nel paese aleggiava onnipresente il nome di Peppino come l’occhio indiscreto di un grande fratello, poco tiranno, ancorchè disciplinato nella sua arte bolsa del chiosare.
Peppino aveva perso suo padre quando ancora non aveva visto in faccia sua madre. Fu orfano prima ancora d’essere. Che triste inizio a volte ti regala la vita. L’assenza di quel padre strappato prematuramente alla famiglia e quello status di orfano, acquisito prima ancora di nascere, gli risparmiarono la fatica di costruirsi un’identità, regalandogli quella alienante pigrizia.
Un giorno, in piena estate, passando con la mia vespetta da Piazza del Calvario, dove all’incrocio con Via Tarsi Peppino consumava la sua vita su quella poltroncina grezza, lo salutai provocatoriamente urlandogli che andavo a mare a fare il più bel bagno della mia vita.
Lui mi invitò, agitando il braccio a mo’ di saluto, a farne uno anche per lui e io pensai: la solita ameba.
Quella fu l’ultima volta che vidi Peppino. In quella piazza, a trentatre anni, fu stroncato da una morte sconosciuta, alle 18 e ’05 di quel sabato pomeriggio.
Una decina d’anni fa andai a trovare mia zia Tetta, la madre di Peppino. Non la vedevo da tempo e nonostante l’età avanzata non aveva minimamente perso il suo inimitabile umorismo. Appena mi vide: “..addove ti sono cresciuti i capelli?” Ironizzò sulla mia pelata e sul fatto che, forse per compensare quell’assenza, mi ero fatto crescere la barba.
La zia Tetta era una donna colta, aveva insegnato italiano e storia nel liceo del paese per molti anni, ed aveva una passione coinvolgente per Pirandello. Fu lei a regalarmi il mio primo libro, a dodici anni; “Uno, nessuno, centomila”. Non capìi nulla di quello che lessi, ma lo lessi così tante volte che ne colsi stupito la straordinaria intimità. Quelle pagine mi regalarono la percezione di quanto sarebbe stato difficile far convivere, da adulto, ciò che sarei stato con ciò che sarei voluto diventare.
La zia non aveva perso la tenerezza di sempre. Mi si avvicinò e porgendomi la tazzina del caffé mi accarezzò il capo, come fossi ancora un bambino, lasciando scivolare la mano sulla mia guancia sinistra. Accompagnai col capo quel gesto pieno d’amore e le sorrisi compiaciuto.
Mi chiese se potevo accompagnarla giù in cantina a prendere una bottiglia d’olio perchè quello che aveva in casa era già finito. “Ma certo zia”, le risposi premuroso. Andammo giù insieme e quella cantina mi avvolse l’anima in un nimbo.
Rimasi a bocca aperta in quel museo sconosciuto; lo stupore mi colorava il viso di fresca fanciullezza; come lo sguardo di un bambino alla sua prima circense; vedevo danzare la scimmietta clown dei miei vent’anni illuminata dall’occhio di bue della luna che - entrando da una finestrella sulla destra - squarciava il buio della stanza. In quel cinema del reale scorrevano, convulse, le immagini della mia adolescenza ed il desiderio di ridare vita a quegli oggetti mi esplose dentro quando quel fascio di luce illuminò la poltroncina di Peppino, impolverata tra le cianfrusaglie della zia.
Un lenzuolo bianco proteggeva dall’usura del tempo quel trono improbabile. Lo sollevai lentamente, lo ripiegai con rito quasi religioso e guardai zia Tetta, già rossa in viso per l’emozione.
Le chiesi se potevo sedermi per qualche istante, e lei mi pregò di farlo, accompagnandomi col braccio. Quella poltroncina conservava ancora la magia del tempo passato, tanto, che mi sentivo accarezzato da una polvere di stelle, sottile, fitta; i frammenti del tempo che mi separavano da quegli anni.
La zia mi si avvicinò, silenziosa come un angelo, e con il solito gesto affettuoso mi avvolse il capo tra le sue morbide ali, rallentate dall’età; mi sentii abbracciato dalla forza disumana dei vecchi quando li attraversa il passato e glielo restituì quell’abbraccio, chiedendole come mai Peppino era così legato a quella poltroncina.
Lei mi guardò, e con voce rotta dai ricordi, mi disse che da qualche parte conservava ancora le lettere che Peppino scriveva a suo padre.
Atono, non le chiesi nulla. Lei alzò da terra un cofanetto in metallo e me lo passò;
“Vedi qui” mi disse, mentre dispensava sguardi a destra e a manca per cercare di ricordare dove altro avesse potuto conservare quelle lettere. Io aprii quel cofanetto con delicatezza, e quel contenitore consunto, rigido, liberò la freschezza di un cuore che solo la tenerezza immortale di un ragazzino di dieci anni può regalarti; un ragazzino che in una lettera struggente al padre mai conosciuto, rivela il macigno soffocante della sua ingenua purezza: “Ciao papà, oggi a scuola sono stato interrogato dalla maestra e sono stato bravissimo. Ho preso ottimo. La mamma mi ha regalato il dolce al cioccolato che piace tanto anche a te. Io lo mangerò a colazione ogni mattina, ma non ti preoccupare non lo mangerò tutto, ne lascerò un po’ anche per te. Per quando tornerai……. La mamma mi ha detto che un giorno o l’altro tu tornerai. Io ti aspetto con amore. Ora devo andare in piazza per chiedere in giro se qualcuno ha notizie su di te. Oggi il tempo non è bello, ma tanto anche se piove non mi bagno perché ho messo la tua poltroncina sotto il balconcino della casa di Maria….”.
La zia mi svelò che non ebbe il coraggio di rivelare a Peppino che suo padre non sarebbe mai tornato.
”Ddha poltrona fu l’ultimo lavoro che non ebbe il tempo di terminare zio Vito, mio marito, prima di partire alla guerra” disse, e continuò:“iddhu passava lu tiempu cu la pialla e lu martieddhu[1]. Peppino non volle tappezzarla, era l’unico legame tangibile con suo padre. Decise così di utilizzarla grezza, come l’aveva lasciata mio marito”.
Passava le giornate seduto su quella poltroncina, Peppino in piazza del Calvario, cercando disperatamente di dare un futuro ad un uomo al quale era stato strappato.
Ogni tanto lo sogno ancora Peppino; lo sogno stanco sulla sua poltroncina e con quel sorriso malinconico di chi vede allontanarsi la vita senza averla, anche solo, sfiorata.
Lo ricordo con quel piglio ironico verso chi non si fermava a chiacchierare un po’ con lui e in sella alla sua poltroncina, a volte, lo immagino postino dell’universo a recapitare tra le nuvole i frammenti d’infinito custoditi in quelle lettere mai spedite.
Quel giorno piansi come un bambino, al ricordo di Peppino e al pensiero lacerante di come sia difficile essere protagonisti nello spettacolo a volte drammatico della propria vita. Piansi! Si, piansi con un singhiozzo da arresto cardiaco tra le braccia di quella donna che - invece di farsi distruggere dai ricordi - mi regalava amore e sicurezza.
Eccola la mia prima certezza, a diciassette anni; non volevo vivere la vita degli altri come aveva fatto Peppino! Non volevo che gli altri leggessero nel mio sguardo la sua stessa malinconia e pensando alla sua famiglia, ero stracerto di non voler regalare a mio figlio la responsabilità di una tale frustrazione, se mai ne avessi avuto uno e se non fossi riuscito a vivere la vita che sognavo.
Oggi nel cuore di chi ha conosciuto quell’uomo, guardando il marmo che dà il nome a quella piazza, è tatuato con vernice indelebile: “Peppino di Piazza del Calvario, morì vivendo la vita del paese! Mai la sua!”.


[1] In dialetto salentino: “Lui passava il tempo con la pialla ed il martello”; “ddha” = quella.
postato da: luiginico1 alle ore 18:20 | link | commenti (8)
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giovedì, 22 novembre 2007

Qual’è il confine tra coraggio e irresponsabilità?
 
Qualche sera fa, in un jazz club, nel meraviglioso centro storico leccese, conversando con una ragazza conosciuta da poco tempo.
 
A.: …“..non sono di Lecce, ma vivo con mia zia che ha la fortuna di abitare a poche centinaia di metri da qui; lavoro in uno studio legale, sono una giovane avvocatessa del foro leccese”, mi sussurrò con velata ironia.
Io:“Perché lo dici in quel modo? ….guarda che c’è di peggio…”
A.:“In realtà ci scherzo su perché non mi piace fare l’avvocato”.
Le chiesi di cosa si occupasse e lei continuando ironicamente: “mi occupo di diritto civile”, forzatamente boriosa, quasi a prendersi in giro….poi sempre più dimessa, vera, persino nei toni ”anche questo, devo essere sincera, non mi entusiasma tanto; trovo odioso occuparmi degli interessi delle persone; è questo il punto, mi sento totalmente inutile, per il mio ordine nella graduatoria delle utilità; se mi fossi specializzata in diritto penale avrei avuto l’impressione di occuparmi delle persone e non dei loro interessi, ma chi lo potrà mai sapere, forse rientro semplicemente in quella categoria di persone che si lamentano sempre, che vivono nell’insoddisfazione per avere qualcosa di cui lamentarsi; comunque, è lo studio del diritto che non mi piace; leggi, note, decreti, sentenze, mi nausea quasi tutto; questo è certo. Il fatto è che non ho avuto il coraggio, quando l’età me lo consentiva, di cambiare rotta indirizzando la mia vita verso un lavoro che mi soddisfacesse e, a volte, purtroppo bisogna accontentarsi.”
Mi confessò che adorava i bambini e che le sarebbe piaciuto lavorare in una ludoteca o, meglio, aprirne una tutta sua. A quel punto non riuscii a non suggerirle, sperando di non essere poco delicato che, forse, non ci sono età giuste per dare una svolta alla propria vita.
Aveva gli occhi gonfi e rossi, forse per colpa o con l’aiuto del fumo del locale che opacizzava i contorni delle nostre sagome, ma sembrava che quell’argomento lo sentisse terribilmente.  
Io:“…sai, non è mai semplice decidere di deludere le aspettative delle persone che ti sono vicine e a cui vuoi bene; questo è il solito dilemma: qual è il confine che separa il coraggio dall’irresponsabilità? …..ti capisco”, le dissi, e bevvi tutto d’un sorso la birra rimasta nel bicchiere.
Sono convinto, e lo sono sempre stato, che quello dell’età è solo l’alibi di chi non ha il coraggio di assumersi la responsabilità della propria felicità, ma questo non potevo dirglielo; che diritto avevo io ad emettere sentenze così intime, la conoscevo solo da qualche ora?
L’ho raccontata troppo spesso a me stesso la rassicurante menzogna dell’età, per non riconoscerne il suono, per non sentirne l’afrore; la menzogna delle circostanze inopportune è stato l’alibi perfetto nell’omicidio dei miei sogni; “..questo non è il momento giusto..” ho sempre ripetuto, e a forza di aspettare il momento giusto, ne ho vissuti a migliaia di sbagliati.
Dovetti trattenere la voglia che avevo di smuoverla urlando con la stessa violenza con la quale l’avrei urlato a me.
Le sorrisi compunto.
E’ lacerante l’incertezza del futuro quando il coraggio ha costruito da anni la sua dimora nel sottobosco della ragione…..
 
Quando è stata l’ultima volta che avete riconosciuto quel confine invisibile che separa il coraggio dall’irresponsabilità? Io lo attraverso ogni giorno quel confine, e tutti i santi giorni assaporo la fatica enorme di tornare indietro!
 
 
postato da: luiginico1 alle ore 10:01 | link | commenti (6)
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venerdì, 09 novembre 2007

L’amore
Da qualche settimana rifletto molto sui periodi che ci attraversano; dal punto di vista sentimentale, intendo. Rifletto in realtà non solo per capire quali ragioni infittiscono l’eterno mistero che unisce due persone, lo faccio con spirito di sopravvivenza, spesso, perché accendere un faro nell'oscura intimità personale mi fa sentire meno clandestino in terra d’altri; mi dà la vitale speranza che oltre quel faro c’è un approdo sicuro; che oltre quel faro finalmente toccherò l’anelata terra, anche se capita spesso purtroppo che quel faro ti illumina a tratti; che a volte lo vedi e non lo vedi e questa intermittenza eterna ti confonde, ti incendia certezze; ogni volta che si spegne ti si accendono dentro interrogativi nauseabondi.
Non riesco a capire, ad esempio,  perchè quando perdI totalmente la testa per qualcuno, quasi inevitabilmente, finiscI per uscirne a pezzi, e invece quando ami ma non troppo, quando l'altro ti piace ma non al punto da farti perdere totalmente il senno, si porta a casa un rapporto bello e normale, ma che poi non ti soddisfa?
Siamo strani, stranissimi, noi essere umani.
Il problema di questo argomentone da seduta di psicanalisi credo sia il compromesso; il compromesso tra ciò che sognamo d’essere e ciò che siamo; almeno, questa è la spiegazione in un appunto sul mio diario di qualche anno fa. Il compromesso! Quella mediazione assurda con te stesso; quella schietta consapevolezza che non ti smuove da una posizione in bilico tra il te reale - che ti fa meno schifo - e il punto più raggiungibile del te perfetto.
E’ possibile riuscire a capire il motivo per cui gli amori totalizzanti, assoluti, sono quasi sempre a senso unico, e quelli liberi, umani, autosufficienti, invece, ti concedono una visione del futuro più incerta, dubbiosa? E’ possibile che questa indigestione di dubbi poi ti annichilisca al punto da farti pensare che l’unica scelta  è decidere se farti del male con la persona giusta o fartene con quella sbagliata?
Vai Nannini, fammi sognare.... per un pò....ancora per un pò....
 
 
postato da: luiginico1 alle ore 08:49 | link | commenti (10)
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