Vi è mai capitato di guardare una stella, di notte, nell’unico pezzo di cielo che lo sguardo del caso vi ha regalato, e di non riuscire a togliergli gli occhi di dosso, neppure per una fisiologica distrazione d’istinto? Rimanere immobile, come una recluta alla sua prima adunata, inchiodato al pavimento da quel cristallo celeste che sembra farvi l’occhiolino, in quell’incantevole mistero che è l’infinito notturno? Non c’era luccichio del mare, giovane sirena, instancabile alfiere, ieri sera a distrarmi dalla meraviglia incontrastata della natura circostante. I minuti si rincorrevano irrequieti mentre la luna, infuocata, emergeva dall’orizzonte estivo di quella baia isolata per seminare rubini di seta su una lastra marina incolore fino a farla brillare di rosso cremisi. Se non ci fosse stato il battito sorpreso del cuore ieri sera a riportarmi tra gli umani, sarei rimasto immobile per ore a fissare quella stella. Ieri sera non sono uscito; tutto il resto l’ho visto negli occhi di M.!
Tra le persiane e il cielo
E’ domenica mattina, le sette in punto. La sveglia del telefonino, sepolto tra le sapienti e generose pagine de “Il Dante di Montefiore Conca”, accenna un debole richiamo. Lo fa sottovoce, con discrezione. Mi piace pensare che anche l’elettronica ha un anima, asseconda il mio bisogno di riposo, pare coglierne l’esigenza stamattina. L’ascolto immobile con lo sguardo dritto al soffitto, come per fermare il tempo, mentre marciano composti e irrequieti i secondi, sul quadrante in rilievo a chiocciola, dell’orologio da cucina. Il telefonino persevera nella sua lenta cantilena, rilassante, quasi un coro di voci sordo, ipnotico. Si anima con questi suoni la giornata, ogni mattina, anche quando non ho impegni lavorativi. Ad un tratto, alle mie spalle, un mugugnìo mielato mi distrae, lasciando trapelare un certo grado di disappunto. Lo ascolto, nel buio generale della stanza, senza sorprendermi e dopo qualche inutile tentativo di avversarla, mi arrendo alla gentilezza ostinata della giovane e calda mano che mi cerca tra le lenzuola. Chiudo gli occhi e la lascio farsi spazio tra le ossa stanche e i muscoli tesi della mia schiena avida di attenzioni. Sento un’attrazione forte - come quella di un giovane per il pericolo - verso questa donna che presta una così singolare attenzione ai grovigli ansiogeni dei miei muscoli lombali; pian piano quelle cure riescono a rimettere ordine nella totale disarmonia sensoriale del mio corpo; Swinburne Algernon Charles avrà conosciuto una donna simile a F. quando ha scritto: “non esiste salvaguardia contro il senso naturale dell'attrazione”. Passa qualche altro secondo e lascio andare un sospiro altero, privo di sentimento, cedendo sempre più a quel corpo irrequieto che cerca di domarmi. In quei sublimi attimi di pace celeste, ho fatto ciò che potevo per non rimanere folgorato dallo splendore armonico dei sussurri unisoni, dei lamenti scomposti; del rossore che monta in viso come fa la febbre nei malati; del tremore sulla sua pelle ruvida al contatto con le mie mani; al sapore dei suoi seni turgidi. Mi accascio esausto col viso sul cuscino, mentre le accarezzo la guancia col pollice sinistro. Mi volto a guardarla; è splendida. Sul viso ancora contratto per quel piacere che mi inorgoglisce, germoglia un sensuale sorriso di compiacenza; le si forma una lieve fossetta sulla guancia sinistra all’altezza del labbro. La guarderei per ore, immobile ad un palmo dal suo naso.
- “Aspetta, fatti guardare”, accentuo un tono terrorizzato per cercare di trattenerla a letto, e le sussurro la prima frase idiota che mi passa per la testa:“hai mai fatto l’amore in spiaggia? è romanticissimo!”
- “La sabbia sarà anche molto romantica, ma non regge il confronto con le lenzuola, non credi?”
- “Come sei grunge stamattina”. Adoro le donne che ti sfidano sul tuo terreno; quelle che guardandoti negli occhi ti chiedono ciò che vogliono, quasi per sfida; quelle a cui piace stuzzicarti.
Dopo qualche altro breve sussulto sensuale si è alzata, portandosi dietro, in bagno, il mio sguardo estasiato; era tutt’altro che inconsapevole del fatto che non le staccavo gli occhi di dosso. Sento che qualcosa mi infastidisce, però, mentre la vedo scomparire tra la porta della camera e il corridoio, trascinandosi dietro quel lenzuolo senape sul pavimento, fin dentro il bagno.
“E’ solo un pezzo di stoffa” penso con tono autocritico.
-“Quel lenzuolo non è mai entrato nel mio bagno, peraltro trascinato sul pavimento di casa; diamine, è sempre il pavimento della casa di un single” le urlo dalla camera.
Inizia a montare quel viscido, imponente, senso di prigionia che mi arrugginisce l’anima da qualche mese. Quel sapore salmastro che si sente fin sotto la lingua prima di compiere una cazzata della quale ci si pentirà a vita. Accade sempre così quando inizio a non sopportare nulla. Quando l’ordine e la perfezione che cerco fuori, negli altri, vorrei scovarmela dentro.“Come può essere lei a provocarmi tale insofferenza?” mi domando inorridito per quella reazione; “è così dolce”.
Da qualche mese mi addormento con la persiana della stanza aperta, perché dopo aver spento l'illuminazione del comodino, indispensabile per la lettura, ho voglia di guardar luccicare le stelle, in alto oltre la finestra, nel tentativo estremo di sconfiggere quel nero che le avvolge; ho bisogno di sapere che ci sono, mi dà speranza; mi piace osservare l’ordine eterno dell’universo nella pace estrema della notte.
Quando mi accorgo che il buio forzato della stanza cinge quelle persiane chiuse sulla mia esistenza, mi sento soffocare. Questa giovane abitudine di salutare le stelle in solitudine, la notte, mi concede un debole accenno d’amor proprio, come l’orgoglio di un ergastolano stimolato dal trasferimento in una nuova cella, dopo mesi di sepoltura nelle stesse mura. Qualcuno chiudendo la persiana della camera, stamattina, ha turbato la rigida organizzazione della mia vita; qualcuno, dopo mesi, ha deciso di spostarmi di cella, ed io idiota come sempre ho perso l’ennesima occasione di cogliere il piacere sussurratomi dalla vita. Mi sento attraversare da un senso disgustoso di arroganza, vergognandomi al solo pensiero di quanto forte poteva risultare agli occhi di F. l’invito a fare più attenzione alle mie cose.
-“Ma di cosa parli?” risponde lei dal bagno, spinta da un moto umano di incredulità, “che ti è preso, ora?”
-“Non mi sembra normale trascinare il lenzuolo in bagno; dove credi di essere, in una caverna?”
-“Certo che sei proprio stronzo. Ecco il tuo lenzuolo!” Il tono sprezzante, mentre mi gettava sul viso quel sudario pagano intonso dei nostri piaceri, non lo dimenticherò più, ne sono certo.
Durante il tempo in cui mi voltava le spalle, sempre più inspiegabilmente teso:“e tu un’incapace! Cerca di non rompere, almeno oggi!”
-“Il tuo problema è la totale incapacità di vivere momenti di felicità, senza rovinare tutto; senza scavarti attorno questa trincea di dolore, che ti rassicura ma non ti serve, lo capisci? Non ti serve!!!”
L’ho vista rivestirsi, scocciata, mentre le dicevo che poteva anche andarsene. Ho visto nei suoi occhi, per un attimo, lo sconforto misto a rabbia che hanno solo le donne tradite; quelle che non hanno paura del dare, senza avere l’assillo del chiedere. Ha alzato lo sguardo al cielo liberando la commozione che tradiva, comunque, il fiero candore del suo volto. Non se l’aspettava. Neanche io avrei mai pensato di urlare ad una donna: vattene! Senza degnarla di uno sguardo. Senza concederle il piacere effimero di guardare negli occhi un coglione, prima di sbattergli la porta in faccia. Ha raccolto le sue cose ed è uscita di casa senza neppure guardarmi. L’ennesima lezione di dignità. Ho trascorso tutto il giorno in quello stato d’animo privo di vigore a percorrere il perimetro angusto della mia dimora. Ho rimesso nel meticoloso ordine alfabetico della mia libreria gli unici tre volumetti rimasti ancora sul comodino. Ho aperto pagine di libri dimenticati alla ricerca di qualcosa che mi riconducesse alla luce della mia esistenza; qualcosa che mi concedesse l’illusione di emergere dal fango nel quale mi sentivo immerso. Tutto inutile, perfettamente inutile. Solo le pagine consolatorie di un Giovenale straordinariamente serio mi ha concesso sollievo; poco. Giù per il foglio di quel libro dimenticato si poteva leggere che “…molti individui, come i diamanti grezzi, nascondono splendide qualità dietro una ruvida apparenza”. Odio la mia ruvida apparenza, quella che ha fatto scappare oltre a Federica, anche la mia autostima; disciplina austera di un equilibrio inesistente. Per fortuna, sera; esausto vado a letto e prima di addormentarmi spengo la luce del comodino, come ogni sera, e come ogni sera guardo in alto su per la finestra, ignaro del fatto inequivocabile che quella persiana è di nuovo aperta su un mondo stellato che ho deciso solo di ammirare. Continuo a guardarle immobile nel mio letto le stelle, prima di chiudere gli occhi, trascurando la possibilità concreta che a furia di guardarle da lontano, forse, ci si abitua all’impossibilità di toccarle e spesso ci si abitua anche alla loro presenza. Le saluto velocemente, la sera, prima di andare a letto, perché tanto lo sò che son sempre lì, nel loro ordine infinito; son sempre lì, in alto, dietro l’angolo del soffitto, tra la persiana e il cielo.
La perdita della nostra cara sinistra radicale
Ho visto Porta a Porta ieri sera. Si cercava di dibattere sulle ragioni che hanno sostanzialmente affossato alcuni importanti – non solo in termini di consenso elettorale, ma anche dal punto di vista storico – partiti dalla rappresentanza politico-parlamentare italiana. Mi sono ripreso da poco. Due, tre ore di conversazione sterile sulle ragioni che hanno portato all’estinzione – diciamo così – dell’estrema sinistra italiana. Tre ore di rincoglionimento generale. Ora capisco quali ragioni sottendono la mia incapacità di riposare tranquillamente la notte. Possibile che si perda tanto tempo ad argomentare su evidenze talmente lapalissiane? Trauma cumulativo dinamico. Ecco la ragione del fallimento della sinistra italiana: trauma cumulativo dinamico, sì, proprio così. Per spiegarlo dovrei attingere dalla psicologia sociale. Il concetto di trauma cumulativo è stato introdotto da Khan che lo definiva come la conseguenza della somma di piccoli eventi, anche banali, che presi singolarmente non avrebbero prodotto un trauma attuale. In psicologia non esiste un semplice accumularsi di eventi potenzialmente traumatici, ma un complesso processo di organizzazione di situazioni o pattern psico-sociali che, per mezzo del processo delle mappe traumatiche, possono realizzarsi in un trauma, cioè portare delle conseguenze significative in tema di salute nel qui-e-ora. Sono stato esaustivo? La sinistra è stata diretta da incompetenti! A lungo andare questa incompetenza ha generato piccoli insignificanti traumi che l’hanno polverizzata. In due parole: sono stati dei gran c…..ni!!
La mia musica…..
Amo l’arte, la musica in primis. Ho un trascorso da musicista fallito; c’è un momento nella vita di ognuno nel quale ci si trova a dover scegliere tra le sirene del piacere e gli onori del silenzio.
Ho scelto di non rischiare; ho appeso al muro lo strumento che mi faceva sognare e con lui quel sogno. Ora mi occupo di consulenza fiscale, societaria, aziendale, ed ho imparato a cogliere anche le soddisfazioni che mi dà fare questo lavoro. La musica però mi scatena qualcosa di straordinario!
L’ascolto quasi sempre, a lavoro, in casa, mentre percorro in macchina le austere strade provinciali salentine scortato dalle ambrosie che mi salutano al passaggio.
Quando da ragazzo ho preso lezioni di pianoforte e confesso di non essere mai stato un eccellente allievo, oltre all’effetto soporifero del solfeggio, mi sentivo un altro. In effetti col mio occhio trentaseienne riconosco a tratti ciò che mi riflette lo specchio del tempo; guardando indietro, spesso, ci si rende conto di come si è cambiati, ma anche e non di rado di come - per certi versi – non si cambia mai; una cosa, constato giornalmente, mi è rimasta dal punto di vista caratteriale inconfondibile: sono compulsivamente discontinuo; mi capita spesso di iniziare mille cose e di portarne a termine poco più di mezza. In quel periodo di passione incendiaria per il pianoforte, ad esempio, contemporaneamente suonavo anche la batteria, sulla quale sfogavo - totalmente ignaro di quello che avrebbe riservato il mio divenire - l’istinto omicida per le immancabili delusioni adolescenziali,
ma il pianoforte….. il pianoforte.
Sono stato fortunato ad avere un maestro straordinario, Antonio; amava Bach e tutto ciò che lo riguardava.
Ricordo ancora lo sgomento nel mio sguardo quando, in preda alle sue elucubrazioni didattiche sulle fughe di Bach, mi urlava: “devi volare, dai….dai….., devi riuscire ad esserci e non esserci”.
A vent’anni potevo solo guardarlo e ripetere tra me e me:“..ma cosa cazzo vuoi dire?!?!!” Non riuscivo a capire, non ce la facevo a vedere nella profondità abissale della sua sensibilità. Quella frase: devi esserci e non esserci, mi è rimasta scolpita dentro per tutti questi anni, come
Questo circo musicale roboante che si consumava sabato scorso, nella mia stanza al quinto piano di via Papadia, mi ha un po’ ricordato la condizione interiore che vivevo tra i quindici e i vent’anni. Quel continuo sentirsi sballottolati dalle note emotive interiori di una personalità che vuol venir fuori, che cerca disperatamente di liberarsi. Chi non si è mai sentito incapace di trovare la collocazione giusta nello spartito della sua esistenza, a cavallo della sua adolescenza?
Ieri ho alzato a manetta l’impianto stereo fino a stordirmi e ho aperto la finestra che dà sul cortile di casa, temerario, liberando quelle note magiche giù per il mondo.
La vita è una sinfonia meravigliosa!
